7.08.2018

comunicato stampa





ROSSINI 150 
12 luglio – 18 novembre 2018 




Grande evento dell’estate 2018 a Pesaro, Urbino e Fano, nelle Marche, dal 12 luglio al 18 novembre, la mostra diffusa “Rossini 150” rende omaggio ad uno dei più importanti compositori della storia a partire dai legami con la sua terra di origine.

Nell'anno delle celebrazioni per i 150 anni trascorsi dalla morte di Gioachino Rossini (Pesaro 29 febbraio 1792 – Parigi 13 novembre 1868), dichiarato per legge “anno rossiniano”, l’esposizione è stata ideata dal Comitato Promotore delle Celebrazioni Rossiniane, è promossa da Comune di Pesaro, Comune di Urbino, Comune di Fano, in collaborazione con la Regione Marche, e organizzata da Sistema Museo.

Un progetto inter-istituzionale che conferma una proficua visione allargata e condivisa nella promozione territoriale - già sperimentata e avvalorata dal successo della precedente mostra diffusa “Rinascimento Segreto” - in grado di favorire la costruzione e l'affermazione di un'identità forte, la valorizzazione dei beni culturali e l’incentivazione del turismo. 

L’evento si avvale inoltre dell’importante collaborazione con la Fondazione G. Rossini, il Conservatorio Statale di Musica “Gioachino Rossini”, il Rossini Opera Festival, l’Ente Olivieri – Biblioteca e Musei Oliveriani, istituzioni pesaresi, e con il Museo del Pianoforte Storico e del Suono di Accademia dei Musici, struttura artistico musicale di ricerca e divulgazione della musica classica, che opera principalmente nelle Marche. 

Articolato in tre sedi, il percorso “Rossini 150” mantiene una omogeneità di fondo ed esplora aspetti particolari della vita, dell’opera, dei luoghi e più in generale del tempo di Rossini. L’allestimento suggestivo e originale offre al visitatore un’esperienza unica. Un viaggio nel mondo rossiniano per scoprire la figura del maestro nella versione più completa e autentica possibile. 

Pesaro, città natale del Cigno, ospita a Palazzo Mosca – Musei Civici la mostra “Pesaro racconta Rossini”, esposizione esperienziale e multimediale, con percorso narrativo a cura di Emanuele Aldrovandi, che vuole far rivivere la complessa vicenda biografica del compositore e far apprezzare al meglio le sue intramontabili opere. Viene inoltre riesposta integralmente la prestigiosa collezione Hercolani-Rossini, composta da 38 dipinti e un marmo, pervenuti a Gioachino in punto di morte per ripagare un suo prestito ai nobili bolognesi Hercolani. Infine il Conservatorio G. Rossini, in collaborazione con l’Ente Olivieri e la Fondazione G. Rossini, cura una ricca sezione documentaria che ripercorre la propria storia a partire dalla nascita, nel 1882, per volontà del maestro. 

A Urbino, nella sede di Palazzo Ducale, Sale del Castellare, si prosegue con la mostra a cura di Vittorio Sgarbi, “Gesamkunstwerk: Pelagio Palagi e Gioachino Rossini”, dedicata alle opere del noto e apprezzato pittore bolognese Pelagio Palagi; disegni, dipinti e
ritratti (in gran parte inediti), provenienti dalle Collezioni della Fondazione Carisbo, dalla Fondazione Cavallini Sgarbi e da gallerie e raccolte private, documentano il “secolo” rossiniano tra neoclassicismo e romanticismo. 

Nella città di Fano, al Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano, Sala Morganti, la mostra “Rossini, il teatro, la musica” prende spunto dall'esibizione fanese del piccolo Gioachino per conoscere l’innovativo teatro barocco di Giacomo Torelli e per raccontare la tematica della scrittura musicale di colui che diventerà un genio assoluto in questo campo. L’esposizione di autografi a cura della Fondazione G. Rossini e la guida all'ascolto della musica, con proiezione di video in grande scala, consentono ai visitatori di entrare in contatto con l’opera e comprenderne le partiture. 

L’identità marchigiana dell’intero progetto, nella prospettiva di supportare e valorizzare il patrimonio artistico, si estende altresì alle aree colpite dall'ultimo sisma, al fine di incentivarne la riscoperta e lo sviluppo turistico. Proprio da questo territorio marchigiano, dove opera il Museo del Pianoforte Storico e del Suono di Accademia dei Musici, provengono tredici antichi strumenti, da fine Settecento ai primi del Novecento, completamente restaurati e funzionanti, in gran parte della “Collezione Claudio Veneri”. 

Questi strumenti presentano i marchi dei “Maestri” della storia del pianoforte, tra cui il Pleyel, marchio prediletto da Gioachino, e oltre ad essere esposti saranno protagonisti di speciali visite musicali e racconti concerto in ognuna delle tre sedi. La “Mostra del pianoforte storico” è inoltre corredata da immagini video full HD in loop, dal forte impatto emozionale, sulle bellezze storiche, artistiche e naturalistiche dei comuni marchigiani danneggiati dal terremoto.
www.mostrarossini150.it 

Inaugurazione mercoledì 11 luglio 2018 

PESARO Palazzo Mosca - Musei Civici, h 11.30 

FANO Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano, 
Sala Morganti, h 16 

URBINO Palazzo Ducale - Sale del Castellare, h 18.30 

COORDINATE TECNICHE
PESARO Palazzo Mosca - Musei Civici piazza Mosca 29 
Orari luglio-settembre 
da martedì a domenica e festivi h 10-13 / 16-19.30 
agosto tutti i giorni h 10-13 / 16-19.30
Orari ottobre-novembre 
da martedì a giovedì h 10-13 
da venerdì a domenica e festivi h 10-13 / 15.30-18.30
Visite guidate domenica h 18.30 € 3

URBINO Palazzo Ducale, Sale del Castellare piazza Duca Federico 107
Orari luglio-settembre 
da martedì a domenica e festivi h 10-18 
agosto tutti i giorni h 10-18
Orari ottobre-novembre 
da martedì a giovedì h 10-13 
da venerdì a domenica e festivi h 10-18
Visite guidate sabato, domenica e festivi h 11 e h 16 € 3

FANO Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano, 
Sala Morganti piazza XX Settembre 4
Orari luglio-settembre 
da martedì a domenica e festivi h 10-13 / 16-19 
agosto tutti i giorni h 10-13 / 16-19
Orari ottobre-novembre 
da martedì a giovedì h 10-13 
da venerdì a domenica e festivi h 10-13 / 15.30-18.30
Visite guidate sabato h 17 € 3
Le biglietterie chiudono mezz'ora prima 
possibile prenotare aperture straordinarie per visite riservate

Biglietto unico per le tre sedi di mostra Pesaro Urbino Fano

Intero € 12
Ridotto € 8 (gruppi min. 15 persone, da 19 a 25 anni, possessori di tessera FAI, TOURING CLUB ITALIANO, COOP Alleanza 3.0 e precedenti; Card Pesaro Cult, allievi Conservatorio G. Rossini, Amici e Friends Rossini Opera Festival); 
Ridotto € 6 (residenti nell’area del cratere sismico);
 Libero (fino a 18 anni, soci ICOM, giornalisti con regolare tesserino, disabili e accompagnatore)

Il biglietto consente l’ingresso al circuito Pesaro Musei (Palazzo Mosca – Musei Civici, Casa Rossini, Aree archeologiche di Via dell’abbondanza e Colombarone) e al Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano di Fano
Visite speciali (prenotazione obbligatoria)
Visita Musicale nella Storia del Pianoforte

Pesaro
sabato e domenica h 19.30 € 10 + biglietto mostra ridotto € 6 (minimo 10 persone)

6.28.2018

COMUNICATO STAMPA 


JOAN MIRÓ. 

MERAVIGLIE GRAFICHE 1966-1976
Forme, colori e segni di un Maestro dell'arte del Novecento 





 Palazzo della Corgna, Castiglione del Lago (PG)

28 giugno – 4 novembre 2018 



Il meraviglioso mondo di Miró invade le sale del Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago. Forme, colori e segni svelano il rapporto del Maestro catalano con i «libri d’artista». 
In mostra 70 opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. “È solo questo, una magica scintilla, che nell’arte conta”, scriveva Miró.


Percorrere le sale che ospitano le opere di Miró a Castiglione del Lago significa esplorare l’intima relazione che l’artista catalano ebbe con i «libri d’artista» e scoprire il rapporto complesso tra testo e illustrazione proprio di quegli anni. Lo splendido Palazzo della Corgna ospita dal 28 giugno al 4 novembre 2018 la grande mostra “Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976”.
Un itinerario nella creatività poetica di questo straordinario Maestro del Novecento.
La mostra è dedicata alla scoperta del meraviglioso mondo di Miró attraverso 70 opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. Nelle sue creazioni surrealiste le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato dell’incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell’arte, vissuta con curiosità e versatilità.

La mostra “Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976” espone quattro serie realizzate tra il 1966 e il 1976: “Ubu Roi” (1966), “Le Lézard aux Plumes d’Or” (1971), “Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró” (1975) e “Le Marteau sans maître” (1976). 
Quattro capolavori che raccontano il “sogno poetico” di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale. Gli sfondi neutri vengono “macchiati” da segni scuri e colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Scriveva Miró. “Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa si secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un’opera scolpita nel marmo”.

Fino alla seconda metà dell’Ottocento l’illustrazione costituisce un apparato accessorio al testo, ne è parafrasi sempre subordinata alla parola scritta e con essa è legata da un rapporto prettamente mimetico. Il surrealismo eredita le sperimentazioni delle avanguardie precedenti, ma diventa il terreno più fecondo e longevo per la riflessione sul rapporto tra testo e parola e per la creazione dei «libri d’artista». Per l’ampiezza delle pubblicazioni e per il costante lavoro di sperimentazione intrapreso dagli artisti, il «libro d’artista» surrealista rappresenta uno dei contributi artistici ma anche teorici più interessanti del Novecento e Miró ne fu uno dei massimi sperimentatori.


Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. Nelle tredici coloratissime
litografie di “Ubu Roi” ciascuna tavola è lavorata come una scena teatrale in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente. Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana. 
In “Le Lézard aux plumes d’or” Miró diventa illustratore di se stesso: “La lucertola dalle piume d’oro” rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini.
Nelle illustrazioni di “Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró” l’artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Le sue “Meraviglie” sono la perfetta espressione di quell'instancabile fantasia nel creare forme e disegni che assomigliano a un linguaggio misterioso e affascinante. 
Con il ciclo “Le Marteau sans maître” Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento. Anche in questa serie Miró non rinuncia al colore, ma la scelta dell’acquatinta valorizza non la lucentezza dei cromatismi ma una delicata, modulata porosità delle superfici. 

La prestigiosa esposizione di Castiglione del Lago è un’occasione unica per lasciarsi incantare dal meraviglioso linguaggio surrealista di Miró. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta di quell’alternanza di segni, versi e immagini vibranti di colori. Per poi sorprendersi di inattese visioni e libertà espressive che fanno di Miró l’incomparabile Maestro del Novecento di cui è difficile non innamorarsi. 

LE SERIE IN MOSTRA


Ubu Roi (1966)

“Ubu Roi” è un importante ciclo di tredici coloratissime e corpose litografie del 1966 in cui Joan Miró rilegge il testo teatrale di Alfred Jarry dall’omonimo titolo. Tanti artisti l’hanno rappresentato in diverso modo tra i quali Bonnard, Picasso e Max Ernst. Le illustrazioni di Miró sono certamente il capitolo più importante della trasposizione di Ubu Roi nelle arti visive. Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana.
L’Ubu Roi con illustrazioni di Miró viene pubblicato da Tériade nel 1966 mentre la stampa delle litografie è affidata a Mourlot. Il risultato è certamente tra i più brillanti dell’intero corpus di livre d’artiste di Miró. In questo ciclo l’artista sperimenta un’espressività nuova. Come sottolinea Patrick Cramer il risultato è sorprendente, poiché ciascuna tavola è lavorata come una scena teatrale in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente in composizioni dense che non lasciano spazio a vuoti o pause. A differenza di opere dello stesso periodo Miró dà l’impressione di lavorare a stretto contatto col testo di Jarry. Il ciclo si apre con un episodio non menzionato nel testo: “Naissance d’Ubu”, composizione caotica che intreccia il rappresentabile (un gallo, un fallo, una mano) con l’irrappresentabilità strutturale del personaggio di Ubu. Le tavole che seguono, se da un lato paiono suggerire un filo narrativo, è altresì vero che esse rimandano al testo solo per accenni, per sineddochi (un uncino, una corona, una nave) e, laddove si identificano dei personaggi, questi non mantengono una caratterizzazione stabile delle forme che ne permetterebbe una sicura identificazione, ma piuttosto vengono piegati all’esigenza di continua trasformazione che è parte essenziale della poetica di Miró.


Le Lézard aux Plumes d’Or (1971)

 

Nella serie “Le Lézard aux plumes d’or” Miró diventa illustratore di se stesso. Il testo ha un carattere tipicamente surrealista per la capacità di evocare un folto universo di immagini, di gesti e di movimenti. Il lettore si trova costretto a vagare in un paesaggio ambiguo e straniante dove le sequenze di immagini si susseguono senza sosta, dove l’assenza di punteggiatura non lascia spazio a pause o silenzi, dove la disposizione del testo spezza le norme tipografiche per muoversi liberamente sul foglio. L’opera riproduce interamente il poema di Miró in stampa litografica e comprende 15 litografie a colori.
Il testo poetico enfatizza con forza le parole che indicano colori: oeillet rouge, neige rose, les points rouges de ma cravatte, dessous bleus, des poissons violets, bébé rose, maman brune, la cerise rouge, parola che in questo modo diviene pittura. In secondo luogo troviamo un ampio ventaglio di riferimenti erotici che procedono spesso per vertiginose metafore o delicate allusioni. Il testo, attraverso l’uso della litografia si presenta nel libro non come semplice carattere tipografico ma riproduce la grafia di Miró. Le lettere in questo modo possono abbandonare regole e regolarità e concedersi repentine variazioni nelle dimensioni e nello spessore. Anche la distribuzione del testo destabilizza le abitudini del lettore, poiché muove spesso per direzioni arbitrarie fino a comporre movimenti circolari. Evidenti sono le variazioni nella densità del testo che alterna zone di scrittura serrata a pagine occupate solo da poche parole. Inoltre, Miró pare talvolta collocare elementi che non appartengono al fluire del testo, ma che si isolano come soggetti autonomi o meglio come oggetti dipinti con la parola (si veda in particolare la parola Harpes). Il movimento rapsodico del testo rimanda all'invisibile lucertola che sembra lasciare la scia del suo passaggio. Allo stesso tempo, testo e gesto pittorico sembrano talvolta confondersi laddove le lettere scivolano nell'ornamento, tanto che le due ultime pagine sembrano come congedare la scrittura in una casualità di linee, punti e curve.



Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró (1975) 


In questo ciclo di opere Miró illustra una raccolta di testi poetici che Rafael Alberti dedicò all’artista catalano. Si tratta di venti litografie a colori realizzate nel 1975. Alberti (Cadice 1902 – Madrid 1999) è certamente uno tra i maggiori e più influenti poeti spagnoli del Novecento. Ha percorso questo secolo attraverso un’amplissima e variegata concezione del testo letterario, attraverso inquietudini formali e tematiche dando vita ai generi più diversi con una potenza lirica che lo rende, a pieno titolo, un classico vivente che va oltre i limiti di una generazione o di un popolo. Questa forza che è solo dei grandissimi pervade certamente anche il percorso di Miró. Nelle illustrazioni di “Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró” l’artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Caratteristica di Miró è la sua instancabile fantasia nel creare forme e disegni che assomigliano a un linguaggio misterioso e affascinante. Il jardin prima che un luogo da attraversare sembra una dimora del colore dove i fiori sfilano per dare vita a cromatismi sorprendenti. Fiori che sbocciano anche negli acrostici che percorrono tutto il testo, tanto che la parola Miró (assieme alla parola Pilar, moglie dell’artista) diventa una sorgente inesauribile di immagini e significati, un’origine privilegiata della creazione artistica. La disposizione del testo, inoltre, spezzando le convenzioni tipografiche, disegna figure geometriche, scivola su scale di parole o, verticalmente, dispone suoni come tratti sulla pagina. Suoni che talvolta, seguendo il solco delle jitanjaforas di Alfonso Reyes, esprimono non un significato ma un puro valore fonico.
Le venti litografie di Miró che accompagnano il testo sono il perfetto completamento della ricerca poetica di Alberti. L’artista, infatti, utilizza colori e tratti come segni di scrittura pittorica. Sono segni nel vuoto della pagina bianca, senso o meglio “pre-senso” che emerge dallo spazio bianco e che rifugge la densità degli elementi. Le opere sono chiaramente percorse da un filo compositivo. In primo luogo c’è un parziale abbandono dei rimandi mironiani alle forme della natura e del cosmo nella direzione di una maggiore astrazione. In secondo luogo, le opere alternano un formato più piccolo a tavole di più ampio respiro spaziale. Nelle prime si può individuare una trasposizione pittorica della variazione musicale come modalità compositiva ed un ancor più chiaro richiamo alle variaciones acrósticas di Alberti. Pochi elementi compositivi, un tratto nero pastellato e tocchi sui toni dei colori primari e secondari costituiscono una “grammatica” stabile ed essenziale di elementi. Le combinazioni di questi elementi sembrano un esercizio che se qui è limitato dal numero delle opere (come gli acrostici nel testo di Alberti) rimanda sempre ad una possibilità di infinita generazione e rigenerazione. D’altra parte, nelle tavole più grandi Miró non abbandona del tutto l’idea della variazione, ma muove verso composizioni più aperte nelle quali in una magnifica polifonia di consistenze cromatiche emerge con forza il tratto nero del calligramma.


Le Marteau sans maître (1976) 


Questa serie è prima di tutto una raccolta di versi del poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento, tanto che nel 1959 Albert Camus lo definì il nostro maggior poeta vivente. In “Le Marteau sans maître” è l’uomo ad essere sotto assedio, uomo la cui vita è inesprimibile, negata, costante esito di lotte. Sono vividi gli echi dei drammi del Novecento, ma in maniera più generale si manifesta una perdita di senso nel rapporto tra l’uomo e il mondo. “Le Marteau sans maître” (1976) è, seppur tardiva (Miró ha 82 anni), la più felice delle collaborazioni tra Miró e Chair. Si tratta di un portfolio realizzato su carta Giappone, molto pregiata, con testo stampato a mano con tecnica tipografica. La seri è composta da 23 tavole incise all'acquatinta a colori.
Le tavole di Miró, da un punto vista stilistico e compositivo, seguono il solco tracciato un anno prima in “Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró” (1975). Troviamo quindi segni nello spazio vuoto, una tendenza all’astrazione e l’utilizzo di due formati per le opere che al contempo tracciano una “narrazione” complessiva del ciclo e che muovono, con strumenti in parte diversi, verso una rotazione creativa di pochi elementi compositivi. Al contempo, le opere di “Le Marteau sans maître” evidenziano una maggior violenza latente, un tratto che più che al gioco tende ad un insito tormento. Sono sensazioni mai drammatizzate, sempre rese nell’essenzialità degli espedienti stilistici che rimanda alla poetica di Chair. Si vedono quindi forme che tendono alla chiusura degli spazi, si ravvisa un nero che asciuga il respiro delle composizioni e che nelle tavole più grandi abbandona la serenità del calligramma per richiamare la struttura del tentacolo, di un nero intestino. Non sorprende che più di un osservatore (suggestione o meno poco importa) abbia colto in una delle opere le sembianze di un uomo sull’orlo di un baratro. Infine Miró non rinuncia al colore, ma la scelta dell’acquatinta valorizza non la lucentezza dei cromatismi ma una delicata, modulata porosità delle superfici.


La mostra, a cura di Andrea Pontalti, è promossa dal comune di Castiglione del Lago e organizzata da Sistema Museo e Cooperativa Lagodarte, in collaborazione con Aurora Group.




INFO:
 
Data: 27 giugno – 4 novembre 2018
Luogo:  Palazzo della Corgna, Castiglione del Lago (PG)

Orario: 
fino al 30 settembre tutti i giorni 9.30–19.00; 
ottobre-novembre tutti i giorni 9.30–18.30. 
Ultimo ingresso 45 minuti prima dell’orario di chiusura. 
È possibile prenotare l’apertura straordinaria per visite riservate.

Biglietto: 
Il biglietto comprende la visita al Palazzo della Corgna e alla Rocca del Leone. 
Intero euro 8; ridotto A euro 6 (gruppi +15; fino a 25 anni); 
ridotto B euro 3 (6-18 anni); 
unico residenti Comune di Castiglione del Lago euro 4; 
gratuito bambini fino a 5 anni.

Visite guidate: 
in italiano € 80; 
in inglese € 100. 
Al costo si aggiunge il biglietto ridotto.

Informazioni e visite: 
Palazzo della Corgna +39 075 951099 - cooplagodarte94@gmail.com

Prenotazioni: 
Call center + 39 0744 422848 (dal lunedì al venerdì 9-17, sabato 9-13, escluso festivi) - callcenter@sistemamuseo.it

www.palazzodellacorgna.it

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6.03.2018


La musica di Andrea Castelfranato nella suggestiva  Abbazia di Pomposa



by Esterina Pacelli

Il 9 giugno  è in programma il concerto di “Acoustic Guitar Solo” di Andrea Castelfranato in uno dei luoghi più incantevoli del nord Italia, l’Abbazia romanica di Pomposa, in provincia di Ferrara.

L’Abbazia risalente al VI-VIII secolo, ma la sua massima fioritura avvenne nel XI secolo sotto la guida dell’abate Guido, ottenendo l’appellativo di “Pomposa Felix”: scrigno di arte e fulcro di incontri di culture diverse, di grande importanza per la conservazione e la diffusione del sapere nel Medioevo, grazie ai monaci amanuensi che vi si risiedevano.  
Luogo di innovazione e di invenzioni, -è importante ricordare il monaco benedettino Guido d’Arezzo, teorico della musica ed ideatore della moderna notazione musicale con la sistematica adozione del tetragramma, per diventare poi, l’odierno pentagramma-, tra architettura, arte e cultura, in questo scenario seducente, Andrea Castelfranato presenterà la sua musica.

Castelfranato, nasce come chitarrista classico, poi si avvicina alla chitarra acustica. Conosce, studia ed assimila diversi linguaggi, grazie anche ai contatti con musicisti di fama nazionale ed internazionale. 
Negli anni  diventa  “un nomade della musica”, viaggia molto, lo scambio tra le diverse culture diventano fondamentale per il confronto e per coniugare il suo sapere con quello di altri, rafforzando il proprio stile, riuscendo a trasformare  i colori, i profumi,  i momenti vissuti, in musica. E’ una musica per capire la vita, definisce i contorni dei ricordi 
che il tempo inesorabilmente tenta a cancellare, cresce la voglia di emergere  e cercare un nuovo inizio. E’ la sintesi di un inizio e di una fine, e poi, è la fine di un nuovo inizio. E’ musica.
Non è solo la preparazione accademica  che lo erge a chitarrista virtuoso, è la voglia di perfezionarsi attraverso la  curiosità di nuovi studi, conoscere e assimilare moderne forme di espressioni musicali.
Il suo stile varia dal fingestyle, fingerpicking al country blues fino alle tecniche più sperimentali quali tapping, percussioni sulla cassa e open tuning.
Castelfranato, trascrivere atmosfere di musica vera, di musica rara e di rievocazioni, solo partecipando al concerto “Acoustic Guitar Solo” presso il Chiostro dell’Abbazia di Pomposa,si potrà apprezzare la bravura di questo chitarrista emergente.

Ad maiora!

Ingresso gratuito. 



5.17.2018



COMUNICATO STAMPA by Federica Maria Giallombardo


"The Walls of Standing Time" a cura di Federica Maria Giallombardo | vernissage Venerdì 18 Maggio ore 18.00, CASA TURESE arte contemporanea (Vitulano)


Ezra Pound sosteneva che esistesse un’arte capace di giungere alle soglie della rivelazione esistenziale – una scintilla di purezza. Sottratto alla contingenza dell’attimo presente e insieme sempre identico a sé, il tempo stante/istante, ovvero il passaggio dai sensi all’emozione e all’intelletto, costituisce il periodo della poesia. The Walls of Standing Time: assimilazione bergsoniana – si pensi anche a Einstein, a Planck, a Lukàcs e prima ancora al panta rhei di Eraclito – del tempo alla vita e dello spazio alla morte. L’istante di tale assimilazione è, con le parole dello stesso Pound, “il complesso intellettuale ed emotivo presentato in un istante”.

In occasione del quinto anniversario di Casa Turese – era infatti l’11 maggio 2013 quando Tommaso De Maria decise di inaugurare lo spazio espositivo al centro di Vitulano (BN), situato nella dimora ottocentesca della servitù di Palazzo Riola nel Casale Fuschi di Sopra – la mostra The Walls of Standing Time celebra il primo traguardo raggiunto in questi anni intensi e colmi di soddisfazioni, sacrifici, riflessioni.

I sette artisti esposti – Michele Attianese, Nicola Caredda, Maurizio Carriero, Annalisa Fulvi,Emanuele Giuffrida, Angelo Maisto, Carlo Alberto Rastelli – simboleggiano un percorso ricco e multiforme intrapreso grazie ai legami stretti lungo un’asse temporale mai spezzata, elogio di nobilitazione e affermazione.



Luogo versatile e vivace – una vera “officina di idee” sostenuta e supervisionata da intellettuali di intensa portata – a Casa Turese memoria familiare e collettiva si intrecciano in nome dell’arte contemporanea.
Tommaso De Maria ha conservato il vissuto dei suoi avi (non è casuale il termine “Casa”) e con passione e risolutezza straordinarie porta avanti una nuova linea di pensiero, ovvero una concezione dell’arte come dottrina di mutamento, come tempo soggettivo – reale, concreto, vivente – in contrappunto dialettico con l’assolutezza del medium storico, oggettivo.

La filosofia di Casa Turese, in una tradizione che fonde duttilità e diversità di linguaggi, stili, tecniche e personalità, è capace di arricchire con innovazioni e proposte non convenzionali pur senza perdere la propria referenzialità abituale; segue in pellegrinaggio il tempo della metamorfosi e allo stesso modo evoca a balzi audaci la storia. E gli artisti che abbracciano tale filosofia indagano con carisma il reale nelle sue ragioni profonde, illustri rappresentanti di una visione del mondo esposta in sintesi immaginifica –indagine interpretativa e globale del simbolo e delle contraddizioni del vivere. La magia è che questa operazione raccoglie anche un’ardente testimonianza di come l’arte abbia molti volti e variamente si articoli nel tempo, ma sia sempre e di nuovo sé stessa, in una continuità insieme drammatica e melodiosa. Un sentimento per cui non si può fare a meno di essere grati.

Federica Maria Giallombardo









5.04.2018

Un voto per vincere … o forse “Abbiamo vinto Noi”

by Esterina Pacelli

Marco Greco si presenta con il brano “Abbiamo vinto noi”, alla XXIX edizione di Musicultura, il Festival dedicato alle nuove promesse della musica popolare  e d’autore.
Giovane cantautore, classe 1991, si muove bene sulla scena nazionale già da diversi anni,  nel  2015 entra nella rosa dei 60 artisti selezionati per Sanremo Giovani, con il brano “Ortica e Rosmarino”, ha vinto nel 2016 il “Premio Fabrizio De André” come miglior canzone d’autore “Sconosciuti”.  Il suo percorso artistico prosegue sempre verso nuovi orizzonti. Oltre ad avere un forte legame con Paolo Conte, Marco Greco insegue  un sogno  e riesce a realizzarlo. 
In una intervista di qualche anno fa, gli viene chiesto: “C’è un artista dello scenario nazionale con cui ti piacerebbe collaborare?  - Greco risponde-: “Si, ce n’è uno in particolare ed è un altro Maestro con la M maiuscola : si chiama Fausto Mesolella. Il suo modo di intendere la musica e la chitarra mi affascina da sempre, ha un tocco ed una sensibilità musicale rara e preziosa. Alle finali de “De André” ho avuto modo di conoscerlo di persona poiché faceva parte della giuria del premio e mi è sembrato un uomo autentico e generoso. Chissà, magari un giorno, sarebbe splendido.”
La grande stima reciproca, nata da lì a poco,  ha portato Mesolella  a diventare produttore artistico del primo Album di Marco Greco, uno degli ultimi lavori compiuti da Mesolella prima della prematura scomparsa. Marco Greco, ha presentato il suo album il 30 marzo  2018 con un concerto all’Auditorium  Parco della Musica di Roma per ricordare il suo amico produttore ad un anno dalla scomparsa.
Il giovane cantautore, riparte da una veste musicale più matura, l’insegnamento di Mesolella di sicuro ha lasciato un segno. Il suo linguaggio musicale, incarna già una bellezza che affonda le radici nel cantautorato italiano ma  si evolve verso una
contaminazione  più complessa tra le note del flamenco, della rumba afrocubana e  la melodia greco-balcanica.  

E’ con grande maestria, Greco, ricerca la bellezza senza mediazione e credo, e ci riesce bene  nel  brano “Abbiamo vinto noi “ di sicuro “vincere la propria sfida esistenziale” è una vera speranza.

Un voto per vincere ..
ma forse “Abbiamo vinto Noi”


https://www.youtube.com/watch?v=TdyP89-_FHc https://applicazioni-social.it/musicultura2018/show/marcogreco/



7.25.2017

PIETRELCINA FESTIVAL


XIII edizione Jazz Sotto Le Stelle 

OLTRE LE NOTE. A CINQUANT'ANNI DALLA MORTE DI JOHN COLTRANE. 


by Esterina Pacelli


“Il mio compito di musicista è trasformare gli schemi tradizionali del jazz, rinnovarli e soprattutto migliorarli. In questo senso la musica può essere un mezzo capace di cambiare le idee della gente.” (Riportato in John Coltrane - Con il blues nell'anima di Alberto Rodriguez, in Musica Jazz, dicembre 1981)


E’ stata presentata in conferenza stampa, presso la sala Blu della sede UNISANNIO, piazza Guerrazzi in Benevento, la XIII edizione PIETRELCINA FESTIVAL "Jazz sotto le stelle", il cui tema è “Oltre le note. Cinquant'anni dalla morte di John Coltrane”. L’evento in programma si svolgerà dal 30 luglio al 3 Agosto. 

Promosso dal Comune e dalla Pro loco di Pietrelcina in collaborazione con la Fondazione Ampioraggio e dall'Associazione il Giardino dei Sogni. La direzione artistica, anche per questo anno, è stata affidata a Giovanni Russo, che ha rinnovato la kermesse, portando una ventata di novità rispetto alle passate edizioni. Un cartellone ricco di eventi, che toccherà la cultura in ogni sua sfaccettatura, dalla musica all'arte -sarà allestita la mostra di pittura di Lucido Gubitosi-, dalla cucina –con la presenza dello chef narrante Emilio Pompeo- alle innovazioni tecnologiche esaminate nell'ambito Jazz'Inn. 
JSSPF, è da diversi anni il punto di riferimento per il jazz campano e non solo,e quest'anno si arricchisce di una nota in più.

Oltre la musica...


L’evento Jazz'Inninterferenze territoriali- promosso dalla Fondazione Ampioraggio dedicato all'innovazione e alle start-up, propone, tre giorni di open Innovation, durante i quali, la Tim Open incontrerà non solo studenti e ricercatori, ma anche investitori che credono nell'innovazione e nelle idee dei giovani sviluppatori.

In un contesto informale - nella nuova formula "ProAction Cafè"-, si confronteranno, le imprese, le Università
, i centri di ricerca, le banche, i liberi professionisti e le amministratori della P.A. 
Giuseppe De Nicola, leader della Fondazione Ampioraggio, dichiara: giorni di contaminazione e visioni di idee. Uno scambio di buone pratiche, facendo incontrare aziende, contatti e start up del territorio”.



L’edizione 2017 di JSSPF, è “Oltre le note. A Cinquant'anni dalla morte di John Coltrane." Un omaggio al capostipite del jazz moderno. “Sul contralto ero totalmente influenzato da Charlie Parker e mi sentivo sempre inadeguato. Ma sul tenore non c’era nessuno le cui idee fossero così dominanti come quelle di Parker. Tuttavia ho preso qualcosa da tutti quelli che ho ascoltato in quell'epoca, a cominciare da Lester Young, ma tenendo conto anche di musicisti che non hanno mai registrato un disco” (Riportato in John Coltrane – con il blues nell’anima di Alberto Rodriquez, in Musica Jazz, novembre 1981)
Coltrane, è considerato, insieme a Charlie Parker, uno degli innovatori del genere musicale. Il successo arrivò nel 1965, 
con l’album A Love Supreme, -registrato il 9 dicembre 1964 negli studi di Van Gelder-. I brani di A Love Supreme sono la massima espressione artistica del sassofonista americano, un connubio tra spiritualità e ricercatezza del suono. 
 "Sono molto felice di poter dedicare il mio tempo alla musica, e sono contento di essere uno di coloro che si sforzano maggiormente di crescere come musicista. Considerando la grande tradizione musicale che abbiamo alle spalle, il lavoro di tanti giganti del passato, del presente,e le promesse di tanti altri che stanno maturando, sento che ci sono tutti i motivi per guardare al futuro con ottimismo.” (da Coltrane On Coltrane, di John Coltrane collaborazione con Don Demicheal, in Down Beat, 29 settembre 1960).


La kermesse musicale inizierà Domenica 30 Luglio con Paolo Fresu e Uri Caine, presenteranno il nuovo lavoro musicale Two Minuettos, presso il Parco Colesanti alle ore 22.00. L’album è stato pubblicato il 3 Febbraio 2017, racchiude mondi diversi di indagine e tema musicale. La tromba di Fresu è in accordo con il piano di Uri Caine, creando in modo sublime una ricerca a tutto campo che spazia dal repertorio classico all'avanguardia, passando per il blues, per la tradizione americana e per il jazz.

Lunedì 31 alle ore 22.00 presso la Piazzetta del Pozzo di S.PIO al Pantaniello, Dado Moroni al pianoforte e Max Ionata al sax tenore, rileggeranno le musiche di Stevie Wonder in Two for Stevie.

Martedì 1 Agosto sarà la volta di Stefano Di Battista al sax soprano & contralto incontrerà il DEAtrio presso il piazzale antistante la chiesa dei Frati Cappuccini, alle ore 22.00.

Mercoledì 2 Agosto la pianista Armanda Desidery presenterà La Stanza dei colori, presso la cavea del Parco Colesanti, alle ore 22,00.

Infine, Giovedì 3 Agosto si esibirà il duo A Bassa Voce, con Claudia Valtinoni alla voce e Toni Moretti al basso elettrico e loop station, alla presenza di un prestigioso Sting Quartet.


per consultare il programma completo




5.18.2017

rubrica

𓀔  Raccontar.SI  𓀅




by Esterina Pacelli
Il Festival dell’Erranza nasce nel 2013 per volontà di Roberto Perrotti, ideatore e direttore artistico. 
Si svolge, fin dalla prima edizione, nel complesso monumentale cinquecentesco di San Domenico in Piedimonte Matese (Ce).
Nel corso delle diverse edizioni, ha ricevuto sempre più una crescente approvazione dalle diverse Istituzioni. Oggi vanta del patrocinio dell’Ente Provinciale Turismo di Caserta, il patrocinio della Provincia di Caserta e il patrocinio della Città di Piedimonte Matese, oltre alla partecipazione di Emergency e Amnesty International, la collaborazione del Museo Campano di Capua, il Museo Civico di Piedimonte Matese, tante associazioni  e librerie come La Feltrinelli di Caserta, inoltre la partecipazione di sponsor e in particolare il maggior sostenitore la ditta Mangimi Liverini s.p.a.
Il Festival dell'Erranza è riconosciuto a livello internazionale come promotore della cultura nel suo genere. La presenza di autori-ospiti, la cui diversa provenienza geografica con una formazione culturale varia, ha contraddistinto ogni volta il festival, generando uno standard qualitativo molto alto. 
Il chiostro di San Domenico si popola non solo di viaggiatori ma di curiosi e diventa un luogo di ritrovo. L’incipit è il racconto, che si trasforma in un  confronto di esperienze di vita di persone, che con coraggio, hanno vissuto momenti intensi. 
Si sa che l’astrazione di erranza è insita in ogni uomo, ma solo ai più, spinge ad intraprendere il viaggio di ricerca e di scoperta. E’ l’incontro con chi a modo proprio inizia un cammino, ma è anche l’incontro con chi a modo proprio conclude un cammino. Ascoltare ogni ospite è un viaggio nel viaggio poiché si entra in simbiosi con il racconto e con le emozioni di ognuno di loro. 

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Roberto Perrotti è psicanalista, responsabile diagnosi e clinica psicologica UOSM Puglianello ASL BN1, giornalista, scrittore, viaggiatore, ideatore e direttore artistico del Festival dell’Erranza.  
Dirige la collana “Solare” dell’A.S.M.V. 
Ha pubblicato per il Gruppo Editoriale  Guida “La trilogia dei capperi” (2005) e Passodincanto (2008) 
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Come nasce il Festival dell'Erranza?
I motivi che hanno ispirato l’idea dl Festival dell’Erranza sono simili a quelli che inducono un viandante a mettersi in cammino.
La sua mente sul principio sarà affollata di emozioni contrastanti, ma dopo i primi passi, quando l’incedere avrà trovato il suo ritmo, le idee si saranno disposte probabilmente in modo nuovo.
Questo è il momento nel quale si può riflettere sulla propria scelta.
A noi è capitato qualcosa di molto simile. Dopo aver percorso un buon numero di cammini, abbiamo riconosciuto la ragione della nostra scelta ed eccone una sintesi.
Il Festival dell’Erranza è il luogo dove s’incontrano viaggiatori, sportivi, filosofi, religiosi, scrittori e artisti per indagare sull'arte di girare il mondo, sulla necessità di mettersi in cammino, sulla tendenza al nomadismo, sull'entusiasmo all'esplorazione, sull'impulso al viaggio e sulla fatica del migrare.
Ci si è disposti così nel corso degli anni all'ascolto delle loro narrazioni, che hanno sollecitato riflessioni e inferenze sui temi centrali della modernità.
Nell'organizzare gli incontri, si è armonizzato il contributo artistico con quello di ricerca, la riflessione filosofica con il resoconto di viaggio.

Il Festival si tiene, fin qui, nel borgo antico di Piedimonte  Matese.
La scelta è caduta sulla cittadina del Medio Volturno sia perché è attigua a una tappa storica della via Francigena del Sud, sia perché rappresenta un centro di forte interesse storico e culturale, che ha affascinato viaggiatori, studiosi e artisti e, inoltre, in quanto terra di confine e di accoglienza.
Ma c’è di più.
Siamo convinti che un festival di tale matrice debba necessariamente tenersi in uno spazio che recuperi il senso della storia e della bellezza, che trasmetta vibrazioni di vita e che offra opportunità di convivialità.
Per questi motivi si è scelto come sua “stazione di posta” elettiva di complesso monumentale di San Domenico, il suo ampio e ricco Chiostro cinquecentesco, l’Auditorium e la Cappella del Rosario, congiuntamente alla piazza antistante  e al quartiere antico del centro storico del borgo.

Il tema cambia ad ogni edizione, perché?
E’ inevitabile che il termine “erranza”, declinato nei suoi molteplici significati, conduca –è il caso di dirlo- verso argomenti di forte impatto e di grande attualità, come il disporsi al cammino, l’ospitalità, l’accoglienza, la dimora, la relazione con l’Altro, la visione dell’estraneo, la definizione di confine. Le edizioni che finora si sono avvicendate hanno provato a illuminare questi temi.

Mi parli delle edizioni passate.

La Prima Edizione, Passaggi di umanità
Il tema di questa edizione è stato dedicato ai passaggi di umanità. Gli ospiti, seguendo ognuno la propria sensibilità, si sono interrogati sulla crisi antropologica che investe la nostra contemporaneità, chiedendosi dove questa intende condurci, che cosa, attraverso essa, sta emergendo e quali sono i “passaggi” per affrontarla. Negli ultimi anni,infatti, si ha la sensazione che un’intera cultura si vada sbriciolando e corrompendo. Si avverte quindi la necessità di promuovere una cultura creativa, che possa mediare  le dimensioni profonde dell’anima e i linguaggi della politica e della società. Una cultura che possa definirsi del transito in atto e della trasformazione. Gli incontri ofrono la possibilità di spunti interpretativi su cosa stia realmente accadendo e quali sia la direzione di questi mutamenti radicali.

La Seconda Edizione, La Dimora e l’Altrove
Indagare la relazione Dimora/Altrove ci aiuta, di certo, a estendere la riflessione sul senso dell’errare.
Si potrà riflettere sull’idea di confine, di sosta e di residenza, che esprime il concetto di sicurezza e di possesso. Gli autori sono stati invitati ad interrogarsi sul senso della Dimora, ad ampliare il significato e a coglierne la molteplici inferenze. La Dimora esprime l’idea del “confine”, del luogo di sosta, di residenza, di nascita. Racchiude il concetto di sicurezza, di possesso, di potere. E’ il luogo dove si anela ritornare, dal quale si intende allontanarsi. Spazio mitico, rifugio per il nostro corpo, perimetro sacro che ci rappresenta e ci identifica, area da preservare a costo della vita, luogo da difendere e che ci difende. L’Altrove potrà, invece, determinare una rottura con la quotidianità, sia sul piano interpersonale sia spaziale.
L’incontro con l’Altro, stimolerà le capacità percettive, attentive e ricettive, lo sguardo si modificherà, si osserverà con l’occhio dello straniero, si vedrà, in altre parole, soltanto ciò che già si conosce. I “nuovi mondi” potranno apparire bizzarri, incomprensibili, enigmatici e la relazione con l’Estraneo potrà evocare emozioni profonde e paure nascoste. L’Alterità potrà presentarsi in più forme, assumere il carattere romantico, malinconico, esotico, spirituale, spaventoso. Dal confronto con la Diversità, dallo specchiarsi in essa, potranno nascere emozioni nuove e sorprendenti: il viaggiatore da un lato ricerca la diversità, dall’altro respinge gli elementi non familiari.

La terza edizione, Lo straniero e le Nuvole.
Il tema fa riferimento all'ospitalità e all'incontro con l’Altro e il suo titolo ha una chiara derivazione baudelairiana.
Si guarda allo straniero come fonte d’interrogazione e dono di conoscenza, volgendo lo sguardo anche alla mutevolezza a all'indecifrabilità delle nuvole.
Il viandante nel porsi in cammino incontra inevitabilmente la propria estraneità e viene spinto a investigare su questo fenomeno di confine. L’esperienza, se vissuta nella ricerca e nell'appropriazione di senso, condurrà alla figura dello straniero, nel suo più ampio significato.
Questo, provenendo dall'esterno, pone inevitabilmente il problema dell’accoglienza, insieme a quello della minaccia: lo straniero da un lato sarà vissuto come ospite, dall'altro come nemico. Egli, infatti, è il portatore di un dono -la nostra identità si definisce nella relazione con l’estraneo-, ma anche d’inquietudine -la sua presenza è vissuta spesso come una minaccia-. Suscita in noi ammirazione e timore.
Capiterà di chiederci, dinanzi a tanta diversità, quali sono le cose che egli ami di più.
Fu proprio questo che Charles Baudelaire, poeta errante, chiese allo straordinario straniero, nel poemetto, “Lo Straniero” e quell'uomo enigmatico rispose che non amava gli amici, la patria e l’oro, ma amava “le nuvole meravigliose che passano laggiù”
Le nuvole, che passano sulla nostra testa, sono anch'esse enigmatiche, indecifrabili, imprendibili, in continuo movimento come lo straniero. Nell'ammirare la loro forma, il loro colore, le loro movenze, proviamo a interrogarle, a capirne un segno. Aprono squarci di luce e gettano ombre, volano nel cielo, nei disegni dei bambini e nei nostri sogni. Il nostro destino è legato alla loro rotta: dobbiamo imparare a decifrarle, a cogliere la loro mutevolezza, la loro minaccia, il loro linguaggio, la loro straordinaria erranza.
In questa luce si potrà cogliere la polivalenza dello straniero e investigare il significato dell’ospitalità e dell’accoglienza.


Nella quarta edizione c’è stato un cambiamento.  E' stato inserito ‘Incontri di Primavera’ è la pre-apertura del festival in un giorno di primavera. E’ l’augurio di un nuovo "cammino" verso il Festival dell’Erranza, che si svolgerà come di consueto,  a settembre.



Il 13 giugno,  Vinicio Capossela ha inaugurato ‘Incontri di Primavera’ parlando delle sue opere e della sua erranza.







I Confini e i Volti.
Si è affrontato il tema del limite, del bordo e della frontiera, con un particolare riferimento alla relazione con l’Altro, al suo Volto, al suo senso di Infinito.
Gli ospiti hanno potuto riflettere sul significato del confine, di linea reale o mentale, di bordo che delimita l’Altro.
Ogni divisione, in realtà, crea una doppia visione che consente di contemplare la diversità insita in ogni Alterità.
L’uomo da sempre ha vissuto sul limite e si è dibattuto spesso sul suo dualismo, sulla sua molteplice personalità, sulle diverse interpretazione del mondo, della religione e della società.
La traccia, il solco, la soglia e il confine tendono a delimitare uno spazio, togliendolo del nulla per consegnarlo a una dimensione.
La vita dell’uomo è un passaggio continuo sul limite dell’io e dell’Altro.
Non è un caso che si definisca con-fine il luogo dove entrambi hanno la loro fine per poi incontrarsi.
L’incontro avviene per necessità attraverso una relazione diretta:”faccia a faccia”.
Ciò si realizza, in altri termini, attraverso la visione del Volto dell’Altro. 
Immagine vivente, nuda e vulnerabile.
Il Volto dell’Altro sorprende e la nostra risposta diviene spesso un modo per interrogarci sulla nostra stessa identità.
Il Volto rappresenterà la vera frattura in un territorio unificato e renderà possibile ogni discorso intorno alle relazioni umane.

L'edizione 2017, che cosa prevede?




Si parte anche quest'anno con 'Incontri di Primavera’. 
Peppe Barra ha aperto con parole e suoni evocativi della tradizione popolare il cammino verso le date del 29, 30 settembre e 1 Ottobre. Sono previsti, come sempre, incontri, spettacoli e riflessioni sul tema Il Dono e l'Impossibile



Il tema di questa edizione riguarderà il Dono e la sua complessità.
Si guarderà al dono della terra e della bellezza, dell’intelligenza e dell’estro, dell’ospitalità e del soccorso e si proporrà una riflessione sulla sua ambiguità e sul suo misterioso circuito.
Il dono, inteso come gesto di generosità e di gratuità, crea inevitabilmente nuovi e profondi legami sociali, simbolici e relazionali fra chi dona e chi riceve.
Un “contratto sacro”, a dir poco speciale, si stabilisce fra il benefattore e il beneficiario, caratterizzato da tre momenti cruciali: il dare, il ricevere e il restituire.
E’ come se il dono “obbligasse” alla reciprocità e alla simmetria.
L’atto di donare determina, di fatto, una svolta nella relazione con l’Altro: si passa da un’iniziale gratuità a una conseguente reciprocità.
Il dono rivela, in questo modo, un’essenziale duplicità e ambivalenza.
Sarà possibile restituire al dono la sua innocenza?
Affinché rimanga gratuito, anonimo e incondizionato, l’evento del dono dovrà superare il limite del possibile.


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Ringrazio il direttore artistico dottore Roberto Perrotti per la sua disponibilità a Raccontar.Si. 
Appuntamento al Festival dell'Erranza, Il Dono e l'Impossibile - 29-30 Settembre e 1 Ottobre 2017- Chiostro di San Domenico - Piedimonte Matese (Ce)